Chennai e Bangalore nel 2008: racconto di viaggio storico

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In breve

  • Il racconto raccoglie impressioni personali di Chennai e Bangalore risalenti a un viaggio del 2008.
  • Traffico urbano, alloggi, prezzi e regole di accesso devono essere verificati di nuovo per un viaggio attuale.
  • Chennai e Bangalore sono mete urbane diverse, con distanze e ritmi quotidiani propri.
  • Le informazioni attuali su ingresso nel Paese e salute non vanno ricavate da un vecchio racconto.
  • Per scegliere un alloggio oggi contano posizione, trasferimenti, dotazioni e un programma giornaliero realistico.

Chennai, 13 aprile 2008
Ciao e cari saluti da Chennai. Oggi, al secondo giorno in un mondo completamente diverso, mi sono ritrovato spesso a scrivere mentalmente questo racconto; purtroppo non ho conservato gran parte di quei pensieri, probabilmente i migliori.

Dopo dieci ore di volo diretto da Francoforte abbiamo fatto scalo a Colombo, nello Sri Lanka, l’antica Ceylon. Finalmente, nei duty free, c’erano tanti prodotti locali, soprattutto tè di Ceylon. Ho dormito pochissimo: posto sul corridoio, tantissimi indiani e singalesi vivaci e tre rumorosi camionisti o imballatori svevi, già su di giri per le avventure che li attendevano. Atterraggio all’una di notte in un terminal spoglio; per fortuna ho trovato una sedia libera. Check-in alle sei, imbarco alle sei e mezza e decollo dopo un’ora e mezza fermi sulla pista. Alle 9:50 siamo arrivati, con oltre un’ora di ritardo, in un altro mondo.

Appena scesi si sentiva ovunque odore di diesel, come durante i miei viaggi su strada in Lettonia. L’aeroporto era tenuto abbastanza bene, ma aveva qualcosa di una certa “eleganza” russa. Una fila interminabile ai controlli, una ancora più lunga ai bagagli e moltissimi dipendenti senza compiti per me riconoscibili. Fuori, masse di persone aspettavano gli arrivi dietro le transenne. L’aria era calda, afosa e impregnata di benzina o diesel. Mi attendeva un autista in uniforme e berretto bianchi; trascinando la mia borsa, troppo pesante per lui, si aprì un varco tra la folla fino all’auto. Marciapiedi, cordoli, sentieri, strade? Mi sembrava di camminare in un cantiere abbandonato da vent’anni.

C’erano però palme dappertutto e polvere. Uscire in auto dal parcheggio fu già un’avventura. Eppure questo era l’aeroporto internazionale di una delle maggiori città dell’India, con milioni di abitanti. Durante il tragitto verso l’hotel vidi una metropoli che non avrei saputo immaginare nemmeno per un film. I miei occhi registravano tutto, ma faticavo a comprenderlo: persone ovunque, rifiuti, sporco, macerie, sabbia e terra; in mezzo, automobili, biciclette, motociclette con quattro persone, scooter, carri a pedali caricati fino al cielo e rumorosi risciò a motore.

Si guidava a sinistra. I vigili riuscivano appena a sottrarsi con un balzo alle conseguenze dei propri tentativi di dirigere il traffico. Le corsie sembravano solo un’indicazione aggiuntiva; spesso non si capiva dove finisse la strada e iniziasse il marciapiede. Chiamarlo marciapiede era possibile solo nel senso più ampio: un insieme di materiali diversi che lasciava appena intuire il tentativo originario di creare un passaggio per i pedoni. Tra sporcizia, sabbia, detriti e plastica, le cunette non si vedevano più. In mezzo si muovevano folle, donne in abiti colorati, bambini, auto, moto e biciclette. Lungo ogni spazio libero ai bordi delle strade si susseguivano bancarelle; dietro, piccoli negozi che da noi sarebbero sembrati garage prefabbricati pericolanti.

Si vendevano quantità enormi di frutta, mentre i resti di ciò che veniva mangiato sul posto restavano spesso accanto ai banchi. Le mucche vagavano apparentemente senza padrone e sembravano avere assunto il ruolo dei cani randagi, anch’essi numerosi. Durante le molte ore trascorse come passeggero nel traffico imparai pazienza e fiducia cieca in una sorta di comunicazione soprannaturale tra chi guidava. Capii anche che il clacson sembrava quasi un organo del corpo umano: indispensabile più di ogni muscolo del collo.

Per reagire abbastanza in fretta restava il tempo di guardare soltanto davanti; la mano sempre appoggiata sul clacson sostituiva lo sguardo laterale o nello specchietto. Chi arrivava da dietro capiva dal suono che un veicolo si sarebbe spostato pochi istanti dopo, magari lasciando appena dieci centimetri. Se compariva anche il minimo spazio tra un enorme camion malridotto e un risciò pieno di persone, il cofano dell’auto ci entrava subito. Eppure non sentii clacson di rabbia né vidi imprecazioni: sembrava un accordo condiviso tra mucche, auto, biciclette e tutti gli altri.

Le motociclette avevano spesso un poggiapiedi laterale per le donne sedute di traverso. Una madre teneva un bimbo in grembo, un’altra figlia stava tra lei e il padre e davanti rimaneva spazio per altri. Poi via, a zigzag, anche a velocità sostenuta, superando a destra e a sinistra e usando, dove possibile, ciò che restava dei marciapiedi. Accanto camminavano per chilometri pedoni, spesso donne povere con molti bambini, mentre le mucche procedevano con assoluta calma.

Una domenica verso le otto di sera, a un grande incrocio intasato a circa trenta chilometri dal centro, due mucche frugavano tranquille nei rifiuti dell’isola spartitraffico. Le auto erano quasi a contatto. A ogni angolo una mendicante con un neonato in braccio e altri bambini bussava ai vetri per vendere piccoli oggetti e piume colorate. I pedoni cercavano di attraversare passando in spazi che non esistevano più; alcuni motociclisti entravano nella confusione contromano. Fino alle nove circa molti circolavano senza luci, quando era già buio dalle sette. Bambini piccoli giocavano ai margini e, per chilometri, si allineavano bancarelle di frutta e cibo, durante il giorno circondate da mosche. Il commercio continuava fino alle dieci nei giorni feriali e, secondo quanto mi dissero, oltre mezzanotte nei fine settimana.

Durante uno di questi lunghi tragitti, di ritorno da un resort sulla baia del Bengala dove avevo persino potuto fare il bagno in mare, ogni pochi chilometri venivo sorpreso da richiami religiosi ad alto volume. Moschee e numerose chiese cristiane usavano molto gli altoparlanti; le chiese aggiungevano illuminazioni vivaci. Anche davanti alle porte c’erano rifiuti, spostati qua e là con piccole scope di rami. Raccoglierli sembrava inutile: non vedevo bidoni e, guardando in qualsiasi direzione, la situazione era la stessa.

Ho cercato di descrivere ciò che mi lasciava senza parole. Non ero soltanto scosso o triste: la corrente della vita era troppo forte e inarrestabile, come quella del mare che quel giorno, pur non sembrando violenta, mi spostava dolcemente dove voleva.

Le persone attraversavano questa vita e questa polvere, sedevano lungo le strade; non c’era angolo della grande città dove, anche al buio, non si vedesse qualcuno coricato a terra per dormire.

Anche nelle zone più degradate sorgevano costruzioni modernissime, piccole o gigantesche. Ne avevo già visitate alcune e il giorno dopo avrei visto due enormi complessi informatici; in uno lavoravano quattromila programmatori.

Le persone mi sembravano molto normali, pur mostrando origini e aspetti estremamente diversi. Sul volo, per esempio, avevo visto un uomo con il volto e il fisico di una statua greca classica, la pelle nerissima e occhi chiarissimi e luminosi.

Percepivo sicurezza in sé stessi, o forse un modo di vivere nel presente, legato a una storia millenaria e a una spiritualità onnipresente. Nello stesso tempo era evidente una gerarchia sociale che sembrava accettata come normale, anche se non riuscivo a definirla. Guardavo le persone negli occhi: non vedevo ribellione, rabbia o disperazione, neppure nella mendicante respinta. In pochi giorni avevo incontrato più persone di quante ne avrei viste in quattro settimane a Berlino.

Mi chiedevo se ciò dipendesse dal fatto che il sud dell’India non fosse mai stato dominato del tutto né dai turchi né dagli inglesi. Qui vivevano i tamil, che mi venivano descritti come uno dei popoli più antichi dell’India. Lo stile di vita ayurvedico era molto presente, per esempio nella cucina tamil e di altre popolazioni dell’India meridionale, spesso vegetariana. Anche tra gli indiani più benestanti si vedeva l’uso della forchetta e talvolta del coltello in compagnia europea, ma le dita restavano lo strumento preferito. Avevo cenato con il capo cuoco del resort: il suo modo di mangiare sarebbe sembrato insolito secondo le nostre convenzioni, eppure non appariva rozzo. Tutto sembrava avere una forza intrinseca, difficile da vedere ma molto presente. Senza di essa, pensavo, sarebbe stato impossibile sopportare l’ingiustizia di percorsi di vita tanto rigidamente segnati.

Poiché nel paesaggio urbano non era facile riconoscere persone davvero ricche, il contrasto tra ricchezza e povertà non appariva immediatamente netto. Anche nell’hotel di lusso era difficile capire chi fosse benestante: i tessuti degli abiti femminili erano migliori e i gioielli diversi, ma poco altro lo rivelava. Avevo visto relativamente pochi europei o americani e molti interlocutori non conoscevano la vecchia divisione tra Germania Est e Ovest.

Non avevo ancora avuto modo di visitare la parte forse più ordinata della città.

Chennai non mi sembrava avere un vero centro, ma piuttosto essere un insieme infinito di antichi insediamenti circostanti cresciuti senza una pianificazione visibile. C’erano baracche coperte in parte con foglie di banano e palma e moltissime persone, sempre in movimento. Soltanto nella calura di mezzogiorno sedevano all’ombra polverosa delle palme. In quei giorni c’erano circa 30 °C di giorno, 25 °C la sera, con aria umida; il mare aveva una temperatura di circa 26 °C.

Questo era il mio resoconto esteriore, scritto di getto. Durante i brevi tragitti a piedi pensavo che, se da bambini avessimo potuto vedere e vivere una realtà così immediata e impossibile da ignorare, non avremmo più avuto bisogno di lezioni di educazione civica.

Nuotare in quel mare molto salato, caldo, dolce e potente fu una bella esperienza. Non lontano vedevo un antico e imponente tempio indiano e il sole che tramontava dietro le palme, sopra una splendida spiaggia. Una scena singolare.

Qui, a quanto pare, si usa fare il bagno soprattutto in piscina. Alla fine l’ho fatto anch’io.

Chennai, martedì 15 aprile 2008

Dalla terrazza sul tetto del Residency Tower Hotel avevo appena osservato la città in continuo movimento. Come ospite speciale potei partecipare a un cocktail serale. Le riunioni erano durate fino alle 20:30, quindi arrivai tardi, quando era ormai buio. Le luci della città illuminavano una distesa abbastanza uniforme, attraversata da moltissimi alberi, quasi tutti palme. Sulle strade visibili si stendevano file continue di fari; probabilmente avrei finito per sentire la mancanza anche dell’onnipresente suono dei clacson.

Un cairota cresciuto in Portogallo, residente in India e capace di parlare bene il tedesco mi presentò subito un portoghese e una coppia rumena. Così potei esercitare l’inglese anche in privato, durante una conversazione lunga e intensa.

Quel giorno incontrai più volte l’ammirazione per la reputazione tedesca di qualità, affidabilità e lavoro ben fatto. Il giorno precedente avevamo parlato con un uomo indicato come il più ricco dell’India meridionale, venuto appositamente alla riunione. Aveva quasi novant’anni, ma non li dimostrava, e aveva studiato in Germania nell’anno della mia nascita. Mi fece capire quanto il desiderio di costruire qualcosa di duraturo o perseguire un obiettivo possa essere simile ovunque. Era leggermente ironico, ma sereno e affettuoso; posizione e influenza non erano riconoscibili dall’aspetto.

Incontrai anche il direttore anziano di un grande studio di progettazione. Da bambino aveva frequentato tedeschi nella casa dei genitori e capiva bene la lingua, pur non parlandola. Lo studio era la filiale indiana di uno studio tedesco. Mi colpiva inoltre l’assenza di quella forma di eleganza che conosciamo dall’Europa occidentale. Vedevo dignità e ostentazione, ma non la stessa idea di eleganza.

A prima vista era impossibile cogliere tutta la complessità della varietà culturale e sociale. Ogni cultura aveva gerarchie, regole e consuetudini proprie; anche i gruppi etnici assumevano posizioni diverse a seconda della regione. Eppure tutto sembrava accompagnato da una certa forma di rispetto. Nel ristorante dell’hotel, per esempio, si offrivano cibi destinati a dieci diverse “incarnazioni”. Nel traffico, invece, il moderno desiderio di muoversi pareva rendere tutti uguali.

Quel giorno vidi quello che mi venne presentato come il secondo albero più antico del mondo, in un grande parco appartenente alla Società Teosofica, che aveva a Chennai la propria sede mondiale. Avevo poco tempo tra due appuntamenti e la fortuna che il luogo fosse vicino.

Il parco era enorme, polveroso, secco e difficile da attraversare; vidi l’edificio principale soltanto da lontano e l’accesso non sembrava gradito. L’albero era singolare: del tronco originario restava una parte molto deteriorata, alta circa sei metri e con il fusto curvo di forse trenta centimetri di diametro, circondata da molti tronchi sottili cresciuti diritti dal terreno in cerchio. Sembrava una rotonda di liane.

Nel frattempo le persone non mi apparivano più così estranee e cominciavo a ritrovare il mio intuito nelle trattative e nella comunicazione.

Mi concessi anche il piacere di un viaggio in risciò a motore. La posizione del sedile era curiosa. Io avevo abbastanza spazio, anche se non lo definirei comodo: sembrava una cassetta da carrozza collocata quasi a livello del suolo. Mi chiedevo come potessero entrarvi famiglie intere con numerosi sacchi.

Era affascinante vedere come tutti evitassero ogni collisione con precisione quasi sonnambolica, passando a pochi centimetri anche quando, secondo la mia percezione, l’urto avrebbe già dovuto avvenire. E tutto senza rimproveri, rancore o sguardi ostili. Il tragitto nel groviglio delle “strade” durò circa sei chilometri; incrociai da vicino migliaia di motociclisti e spesso gli sguardi delle passeggere che infilavano quasi le ginocchia nell’abitacolo.

Il giorno seguente sarei partito per Bangalore.

Bangalore, martedì 15 aprile 2008

Arrivato a Bangalore, mi ritrovai subito nel pieno dell’esperienza. Se fossi atterrato prima qui, probabilmente avrei provato le stesse sensazioni. L’aeroporto aveva ancora qualcosa di russo e il caratteristico odore di diesel avvolgeva ogni cosa; all’ombra c’erano 29 °C, ma l’aria era meno umida. Davanti all’aeroporto folle di persone attendevano con cartelli. Il percorso verso il parcheggio era avventuroso e vi si vedevano ancora le vecchie auto Tata in stile anni Cinquanta usate come taxi e veicoli pubblici. Dopo Chennai, Bangalore mi sembrava una città pulita. I marciapiedi erano riconoscibili, anche se quasi inutilizzabili; per questo anche le mucche, qui meno numerose, camminavano sulla strada.

Bangalore era considerata la Silicon Valley indiana. Enormi complessi informatici dall’architettura moderna sorgevano in mezzo al vecchio mondo. C’erano molte più case “ordinate”, anche se alcune sembravano avere finestre annerite dalle fiamme. Il clima era più mite e secco rispetto a Chennai, situata circa 350 chilometri più a est, sul mare. Mi dissero che molti funzionari coloniali britannici in pensione si erano stabiliti a Chennai e che per questo restavano numerose belle dimore antiche. Il mio accompagnatore commentò in inglese che amavano la cultura britannica, ma avevano odiato gli inglesi.

All’epoca Bangalore contava, secondo il racconto, 6,2 milioni di abitanti ed era considerata la sesta città dell’India. Grazie al denaro del settore informatico e agli stipendi più alti era vista come una città ricca. L’influenza si notava: le persone apparivano più frenetiche e alcuni automobilisti mettevano persino la cintura. Nei risciò di Chennai gli specchietti erano di solito rivolti verso l’interno; qui erano orientati verso l’esterno e avrebbero teoricamente permesso di guardare dietro. Anche a Bangalore molti viaggiavano a lungo al buio senza luci e tenevano gli specchietti ripiegati. La differenza era la presenza di più poliziotti che, agli incroci, cercavano di fischiare più forte dei clacson. Non capii mai per chi o perché fischiassero di continuo. C’erano ancora molte postazioni rialzate per dirigere il traffico, dove però gli agenti stavano spesso a parlare.

Decisi di vivere un’avventura che dovetti difendere con ostinazione: volevo camminare dall’hotel verso una sorta di centro cittadino, a circa quattro chilometri di distanza. Le domande sulla strada e sulla direzione mostrarono che il personale dell’hotel non riusciva a concepire un simile progetto per un europeo occidentale. Dovetti quasi scortesemente respingere il direttore dell’accoglienza, la responsabile della reception, il responsabile del traffico e infine il portiere in livrea, tutti decisi a farmi salire su un taxi.

Le strade erano davvero piene: non si riusciva a passare tra i veicoli. Una grande parte del traffico era composta da risciò con rumorosi e maleodoranti motori a due tempi. L’aria era quasi irrespirabile, una miscela calda e soffocante. Tutto appariva più frenetico, diretto e meno rispettoso. A Bangalore alcune donne mi guardavano negli occhi, cosa che non mi era mai capitata a Chennai. Dopo due ore di quella intensa “cura d’aria”, tornai stretto in un risciò scoppiettante. Tuttavia, come a Chennai, con un atteggiamento sicuro e un gesto della mano si riusciva ad aprire per un istante un varco nel traffico, attraversarlo rapidamente e vederlo richiudersi subito.

Il giorno dopo mi aspettava ancora una giornata intensa, poi sarei tornato nel nostro mondo ordinato e rigido.

Autore:
Heinfried Gleisner
Gabelsbergerstrasse 3
07749 Jena

Come leggere oggi questa esperienza storica nell’India meridionale

Il racconto di Chennai e Bangalore è una testimonianza personale legata al 2008. Le osservazioni sulla città, sul traffico, sugli alloggi e sulle escursioni descrivono quel preciso momento. Per un viaggio attuale occorre verificare separatamente le informazioni su ingresso nel Paese, trasporti e strutture ricettive.

Per organizzarsi oggi sono utili i consigli sulla preparazione del viaggio, la lista di controllo per le vacanze e le indicazioni per affittare in sicurezza. Posizione dell’alloggio, trasferimenti e rientro vanno adattati al proprio programma giornaliero.

Un itinerario legato al suo tempo

Chennai e Bangalore presentano situazioni urbane diverse. Distanze, traffico e posizione dell’alloggio possono incidere sulla giornata più del numero di luoghi da visitare. Chi prepara oggi un viaggio simile dovrebbe pianificare separatamente i trasferimenti tra le città, i documenti aggiornati e la durata desiderata del soggiorno.

Questo racconto conserva impressioni personali; le informazioni attuali su ingresso, traffico e alloggi devono essere controllate a parte. Altri spunti si trovano nei racconti di viaggio, nel racconto di un soggiorno a Tignale, tra le destinazioni per le vacanze, nei consigli su arrivo e partenza e nelle informazioni sulle vacanze sulle isole.

Domande frequenti sul racconto

È una guida di viaggio aggiornata?

No. Documenta un’esperienza personale del 2008 e, per le decisioni di oggi, va integrato con fonti attuali.

Quali informazioni diventano obsolete più rapidamente?

Prezzi, traffico, orari di apertura, requisiti d’ingresso e disponibilità delle singole attività.

Come scegliere oggi un alloggio?

Confrontate posizione, dotazioni, trasferimenti e recensioni sulla base di offerte attuali e delle vostre esigenze.

Perché vale ancora la pena leggere un vecchio racconto?

Le percezioni personali possono rendere visibili i cambiamenti avvenuti nella città, nel traffico e nella cultura del viaggio.

Che cosa bisogna preparare?

Documenti aggiornati, informazioni sanitarie e d’ingresso, trasferimenti, contatto con l’alloggio e un programma realistico.

Foto: Markus Lenk

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